Basilicata. Italia.
Non a caso.
Il Vangelo secondo Matteo di quel “Buonarroti novecentesco” di Pasolini, e The Passion of Christ di Mel Gibson, che tra l’altro ho potuto conoscere personalmente sul set, durante le ricognizioni prima delle riprese a Matera, sono solo due dei grandi film fuoriusciti da una terra che è il riassunto di tutti gli habitat umani; quasi fosse, la Basilicata, una sorta di contenitore, una pisside cioè, in cui materia e Spirito si incontrano in attesa di nutrire di Fede Cattolica il viaggiatore che la attraversa.
Recentemente si è pure scoperto che vi fu una forte presenza di Templari in questa terra di presepi arroccati tra Dolomiti Lucane e murgia, tanto cari a Federico II, che qui, in quel di Melfi, redasse la prima forma di Costituzione Statale del mondo, avviando di fatto, il Medioevo.
L’oblio di dimenticanza che la Basilicata ha subito nei secoli, nonostante il suo nome significhi letteralmente “terra del governatore” , è molto simile a quello che i Tabernacoli delle nostre Chiese, han vissuto dal dopoguerra ad oggi: dimenticati, ignorati in un analfabetismo di ritorno causato anche dal troppo benessere.
Eppure nelle sue viscere, abbiamo acqua e fuoco, segni dello Spirito Santo, e tutta la violenta potenza che scaturisce dal vulcano sopito cioè non spento, il Vulture, a nord proprio di Potenza, il suo capoluogo.
In quelle stesse viscere addormentate, passano acqua e lava, sui pendii raffreddati crescono olivi dall’olio ( altro simbolo Cresimale della Terza Persona Trinitaria ) differente, raro, e persino migliore di quello siculo o amiatino in Toscana, come dimostra da anni la Platinium Medal (europea), che questa regione si porta a casa a mani basse dal 2009, oltreché vitigni con ricchissimi frutti di Aglianico, il vitigno più antico del mondo decantato in cantine laviche di una suggestione unica.
Basilicata. Italia.
Non a caso.
E risalendo dalla costa Jonica di Metapontum, città di Pitagora, dentro la desertica val d’Agri, sino alla perla marinara della Basilicata Tirrenica, Maratea, tra cieli alti e silenzi infiniti quanto gli orizzonti intorno, marcatamente gialli, in terra, ed azzurri in cielo che meditando Sant’Agostino ne “Discorsi”, la spiritualità sale a bordo dalla srotolata striscia di asfalto rovente che passa sotto l’autobus di linea che ospita il mio viaggio solitario.
Templare qui lo si diventa per forza: il tuo corpo percepisce di essere, ben più che altrove, Tabernacolo di Dio, cioè custode vivo, di quell’ Eucarestia consumata ed incarnatasi, tra corpo ed Anima nella S. Messa festiva di stamane a Santa Maria de Idris, tufacea ed ipogea chiesa cattolica Materana.
Vi è una forza smisurata palese che ti sovrasta delicatamente e pulsa in questa parte d’Italia così diversa, unica, ed energetica.
Un magnetismo Sepolcreo che pare simile a quello recepito nella roccia liberata nel 2019 dal marmo medievale, nella Tomba di Gerusalemme, dove Cristo, dalle viscere terrestri, risorse a Vita Eterna.
Sappiamo da cattolici, nel privilegio unico e certo della Resurrezione, che un giorno il nostro Corpo ci verrà ridato dal Creatore, per sempre, indipendentemente dal fatto di essere divenuto polvere col Tempo.
Risorgere difatti, non è reincarnarsi, ma ritornare ad essere viventi esattamente in quel guscio di carne che proprio da vivi ci custodiva in quanto Anime.
Per far ciò la carne che ci ospita, in quanto Spiriti – deve – cucirsi al nostro status di Anime, attraverso il nutrimento dell’Eucaristia, consumata durante questa Vita, nella provata e temprante sofferenza terrestre che Dio ci ha donato attraverso il dono della nostra nascita.
Il grave peccato egocentrico dell’ aborto perciò, toglie ad un’Anima, la Vita e la Comunione Eucaristica e salvifica con Cristo, che Dio ha deciso di concederle attraverso un altro Essere Umano.
L’eutanasia fa pure peggio: interrompe la Croce Salvifica che un’Anima, attraverso il proprio corpo inchiodato alla paralisi, è chiamata da Dio a vivere sino in fondo (nella condivisa Passione con Cristo), per salvare e purificare attraverso la propria sofferenza, parte del Popolo di Dio.
La purezza necessaria a poter stare per sempre con i Santi ed i Giusti si tempra col sacrificio dunque, non con la felicità materialista fine a se stessa, e da raggiungere ad ogni costo in terra, come il maligno tende continuamente a suggerirci per evitarci la Salvezza in Cristo.
Non ce l’avrebbe concessa da subito Dio, la felicità assoluta e terrena, se la Vita che Egli ci ha donato quaggiù, inserendoci in un corpo di mera carne, fosse stata fine a se stessa?
L’Ultima Cena Leonardesca, a Milano che ho visitato tempo fa, è illuminante in questo: proprio nel giovanissimo ed addormentato san Giovanni Evangelista, che “impedito dalla paralisi del sonno”, si perde il momento del tradimento di Giuda e le reazioni di giudizio degli anziani apostoli sconvolti, trovo un appiglio alla meditazione su questa pericolosa pratica suicida che il Governo, finirà prima o poi per vagliare, anch’essa, come lecita.
Giovanni nel Cenacolo viene rappresentato distaccato, seppur nella scena, sia a tavola, il più vicino a Cristo; separato dallo stesso spazio insanabile tra Uomo e Creatore, che Michelangelo dipinge nella Creazione di Adamo in Sistina a Roma.
È una separazione che lo elude dalla scena, che disagia chi la osserva: Cristo risulta ancora più abbandonato al proprio destino, se colui che era solito avere un contatto fisico proprio col petto di Gesù, si addormenta distaccato dal Suo Cuore, proprio nell’ora più importante! Allo stesso modo Giovanni evangelista è altrettanto fuori dal contesto: lui dorme mentre gli altri apostoli sono in subbuglio per gli accadimenti in atto.
Eppure l’abitudine dell’Apostolo più amato, di poggiare il capo ed il riposo sul petto di Gesù, e quindi in repentina vicinanza al Cuore di Cristo, fa intuire quanto questo impedimento alla quotidianità, sia in quella circostanza voluto da Dio.
Sia cioè proprio ciò che Dio in realtà chiede, diversamente dal solito, a Giovanni evangelista, per poterlo trasformare, ( risarcendolo della paralisi dormiente, staccata dagli accadimenti della vita durante i salienti momenti in cui Gesù si svela come Dio agli altri ), in privilegiato e ridondante suono nostalgico e veritiero del Cuore di Dio, attraverso la stesura dell’ultimo e più esaustivo dei Vangeli.
Così è anche per chi, nella propria paralisi fisica, è chiamato a testimoniare quotidianamente Gesù, mostrandoci il proprio Calvario, la Croce condivisa, della paralisi come pure di un Handicap fisico, sino alla morte, che solo Dio ha il diritto di imporre, pur dando a noi, per Amore, il libero arbitrio della scelta tra Vivere e morire.
Ne “Discorsi”, Sant’Agostino, si impedisce di spiegarci lo Spirito Santo e la Sua azione nelle cose dell’uomo, cosa che invece diviene squarcio improvviso ed illuminante, quasi Shakespearianamente, in san Basilio nel suo Trattato sullo Spirito Santo (..) “uno solo è il Principio degli esseri, che opera mediante il Figlio e perfeziona nello Spirito (…)”.
L’eutanasia è un suicidio, un attacco allo Spirito Santo, equivale allo scendere dalla croce del Golgota, lasciandola vuota, senza un senso compiuto, pur avendola ricevuta per viverla da prescelti, da esempi di Speranza in quanto strumento di Salvezza per chi, abile, è lontano da Dio. L’eutanasia è scegliere di abbandonare la Speranza, la Fiducia nella Carità, e quindi la Fede, e di conseguenza, Dio.
Pensate se Cristo ( che non a caso si è fatto uomo come noi ), fosse sceso da quella Croce, che ne sarebbe stato dell’Umanità?
Il ladrone buono, inchiodato con Dio sulla Croce, non insulta Cristo, non Gli chiede di toglierlo dalla Croce, e neppure cerca di stargli lontano, ma piuttosto implora di vivere dopo il supplizio del Golgota, con Egli, sempre che Dio lo desideri.
E Gesù, difatti, non solo lo desidera, ma lo accoglie immediatamente tra i Santi.
Ambrogio Fogar, esploratore del XX° secolo, si ritrovó paralizzato dopo aver girato il mondo in lungo ed in largo. Ebbene egli non rifiutò la vita, piuttosto se ne innamorò ancora di più: facendosi persino cavia per aiutare la medicina a progredire nelle cure a coloro che si fossero trovati, in futuro nella sua condizione: ma soprattutto fu motivatore di sportivi e politici, come pure di uomini comuni che lo andavano a trovare.
Soleva dire che in quella stanza di ospedale, non vedeva i muri od il soffitto, come sbarre di una prigione, egli vedeva grandi finestre in cui ammirare e meditare le cascate di Iguassu, o i ghiacci dell’Artide, le rive del Gange, o il deserto del Mali: le alte onde nere a sud dell’Australia lo accompagnavano nell’ attraversare la notte con le Parole del Cristo come il vento accompagna la barca dalla poppa.
Egli fu UOMO COMPLETO, è mancato qualche anno fa per cause naturali, e riposa certamente Vivente, fra i Giusti.
Fogar, pregava e lodava Dio per tutto ciò che aveva ricevuto in Vita, anche e soprattutto per quell’ ennesimo viaggio, in se stessi, che la paralisi lo obbligava a fare.
La paralisi totale era per Egli, solo l’ennesima, durissima, ma affascinante esplorazione di un mondo nuovo: non poteva tirarsi indietro, raccontava, “…la mia preziosissima unica vita, ne uscirebbe incompleta”.
Egli tra i dolori ed il donarsi agli altri fu un esempio assoluto di come vivere sempre e comunque la Vita.
” L’eutanasia, – disse, – è scappare dalla Croce, rifiutare Dio;
rinunziando a ciò che nel dopo, Egli ci ha promesso di donare in modo speciale ed incalcolabile, a chi chiamato nella Tragedia, accetta di condividere il Golgota accanto a Suo Figlio, Gesù Cristo. “.
“… Le generazioni dopo il 1968 sono fragili, perché rifiutano l’impegno temprante che la Fede impone.
E di conseguenza senza Speranza Cristiana, si viaggia a vista, impauriti e disorientati. Sprecando la propria vita in errori macroscopici.
Dio è un impegno grande, a volte fastidioso non lo nego, e non sempre accettabile nell’immediato. Ma non vi sono alternative ad Egli.
La Felicità non si compra nelle cose terrene, ma la si guadagna con il giusto sacrificio.
Ogni scommessa non giocata è persa in partenza, ogni sfida evitata diverrà un rimorso. in questo caso eterno.
La Vita non è un diritto, ma un dono che dà il dovere di vivere appieno ogni cosa, soprattutto i gradini, spesso durissimi al limite dell’impossibile, della sofferenza.
Avete mai fatto forse una scala senza fatica? No. Eppure una volta in cima non vi siete forse sentiti meglio di quando siete partiti?
Il dono della Felicità è la Serenità.
Una valore assai più importante della salute.
Io la ricerco ogni giorno.
È la mia medaglia quotidiana, lo scopo ultimo e più importante della mia Vita. “.
L’aborto volontario è allo stesso modo, troncare il dono della Vita che Dio concede, ad un’ Anima. L’aborto è allontanare la Volontà di Dio, mancandoGli di rispetto, fiducia, ed impedendo ad una Vita di diventare piena, magari un giorno persino Cristiana.
La Libertà di esistere viene meno con l’aborto. Con gli attuali 60 milioni di bambini uccisi all’anno, l’aborto diviene la prima causa di omicidio nel mondo: esso è una bestemmia diretta allo Spirito Santo.
Solo un mondo palesemente in delirio di ego, e quindi con un analfabetismo di ritorno, anche morale, dettato dal troppo materialismo che lo circonda e che finisce con lo scalzare Dio dal podio utile a farci vincere la partita quotidiana della Vita, può giungere a praticare un tale abominio.
Non c’è peggiore abitudine, del perdere l’abitudine alla vittoria. Accontentandosi, di sè, senza Fede, fiducia e coraggio, infatti si diventa perdenti abitudinari. E schiavi del nulla. Questo è in sostanza l’aborto.
E la colpa è di tutti: una Società egocentrica non dà sicurezze a chi si trova, come novella Maria, a gestire una cosa immensa come il dover mettere al mondo un figlio, nutrirlo, farlo crescere, educarlo.
Dove sono dunque i battezzati Cattolici oggi? Dove teniamo imprigionato lo Spirito Santo ricevuto coi Sacramenti? Nelle prigioni dell’Ego: io, io, io; sempre e solo io. Perché siamo diventati marcio e subdolo, io? Non certo perché siamo gente serena o felice, direi.
Proprio nel contrario esatto di Aborto ed Eutanasia invece, si completa ciò che Giovanni ( il cui nome pare proprio indicarcelo come “Giovane in eterno” ), nel suo riposo distaccato dal suo amato Cristo durante l’Ultima Cena, ci fa intuire: risorgeremo davvero, se meritevoli, alla Fine dei Tempi e rientrando in possesso fisicamente del nostro corpo purificato ” anche e soprattutto se sofferenti; come pure degli attimi perduti ed impediti e sofferti da paralizzati, da crocifissi, avremo da Dio, ricompensa ( non quantificabile ), in Cielo se li avremo vissuti da Cristiani ( san Paolo ).
Ci trasleremo da quell’ attesa Spirituale, in cui giaceremo nel Purgatorio prima ed in Paradiso poi, dentro il nostro piccolo corpo terreno come, in una rinnovata Creazione in cui tutti mostreremo un’età sola: magari quella che avemmo a 33 anni. Senza soffrire, né morire più.
Come fu per Cristo.
E quanto la mia Caterina da Siena, mi sovviene in aiuto in questo “Eureka!” pitagorico, sospeso sul viaggio in corso nel cuore mistico della Basilicata: ella visse non oltre i 33 anni di Gesù, servendo sempre la Vita, e venne chiamata ad Egli, sposa eterna del Figlio di Dio, perché la viltà del tempo, non potesse intaccarne la bellezza interiore ed esteriore, oltre quell’età in cui Cristo si sveló a noi tutti, come Redentore; che è probabilmente anche l’ età che Dio restituirà a ciascuno dei nostri corpi, quando alla fine dei tempi, aprirà l’Eternità completa ed infinita per ognuno di noi.
Chi di noi, infatti, nel giungere a questa precisa età, non è stato sondato di domande nella coscienza, in un richiamo profondo e non consono al solito trascorrere degli anni, intuendo l’importanza del proprio trentatreesimo anno?
E questa terra di Templari che passa veloce sotto il mio sedile di viaggiatore, e mi scorre ormai anche nelle vene e nell’anima, si svela il Graal ed il Suo mistero di Eternità introvabile senza un luogo fisico che non sia anche Temporale: il nostro corpo, Suo tabernacolo, per la nostra Anima.
Ah, Basilicata! ( Italia )
Terra del Governatore…( Basilìkos)
… Non a caso.
GiorgioFossati